Come dipingo, in “Quaderni di Arte Contemporanea” n. 3, Ediz. Fondazione Zappettini, Chiavari, 2010

Come dipingo? La domanda è così insolita, che mi sento come costretto a rispondere: prima di tutto per chiarirlo a me stesso, come sempre quando ho scritto d’arte.

So bene perché dipingo e cosa mi propongo, quali possono essere i rapporti con la tradizione e le prospettive del nuovo, ma il “come” è talmente funzionale a questi problemi che mi è sempre apparso come qualcosa di necessario, di inevitabile.

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Sul monocromo, catalogo personale Libreria Ferrarin, Legnago, 2010

Nella seconda metà degli anni 60, con la pittura messa sotto accusa nelle sue possibilità e nella sua stessa sopravvivenza, arrivai per gradi ad usare un solo colore: non era né un raggiungimento né il grado zero della pittura. Posavo sulla tela un solo colore come un musicista, già esperto, che torna a sillabare le prime note per prenderne piena coscienza, capirne il senso profondo nel suo rapporto con il silenzio.

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Fare e pensare l’arte, Accademia dei Lincei, Roma, 14 novembre 2008

1. Henry Matisse scrisse una volta che ai pittori bisognerebbe tagliare la lingua. Gastone Novelli sosteneva che un pittore esprime per segni ciò che non è traducibile con le parole. Per Alberto Burri, drasticamente, ogni parola è di troppo. L’elenco degli artisti che hanno assunto posizioni simili è pressoché infinito. Ma c’è poi una curiosa contraddizione: quasi tutti hanno parlato e scritto per tutta la vita.

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Lettera ad Anna Imponente, catalogo “Claudio Verna, opere 1967–2007”, Museo Nazionale d’Abruzzo, L’Aquila, 2007

Cara Anna,
so bene che le parole degli artisti sono quasi sempre giustificazioni e che ai pittori, come diceva Matisse, bisognerebbe tagliare la lingua (anche se poi lo stesso Matisse parlò e scrisse per tutta la vita). Ma parler peinture è anche una necessità, perché aiuta a scandagliare non solo le ragioni e le pulsioni che sono all’origine del proprio lavoro, ma anche il rapporto di questo con la realtà del mondo, con la ricerca degli altri, con la tradizione.

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Presentazione del quadro “La Soglia” (olio su tela, 2002, cm 190×220) al MACRO, Roma, 6/5/2003

Ho intitolato questo quadro La Soglia perché indica letteralmente la soglia del vedere, la soglia della percezione visiva. Il quadro è di­pinto con colori ad olio che consentono, a differenza degli acrilici che uso attualmente, una elaborazione lenta, stratificata, per vela­ture e sovrapposizioni, delle “figure” (per dirla con Filiberto Menna) che alla fine emergeranno come protagoniste del quadro. Così, il tempo di realizzazione di questo quadro è stato particolarmente lungo.

Io non faccio disegni preparatori del quadro. Intervengo diretta­mente con il colore, affido interamente al colore la capacità di de­terminare la struttura del quadro.

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Qualche appunto sulla pittura, catalogo personale Galleria Morone, Milano, 1995

(1) Da sempre, l’arte non tollera definizioni. Si annida nelle pieghe più nascoste (delle cose e degli uomini), sa attendere, mimetizzarsi, rispunta da dove mai l’avresti immaginato. Assume forme inaspettate, si allea con la tradizione e per definizione la trasgredisce, è pensiero che si manifesta e fare che diventa pensiero. Può apparire conciliante ed essere rivoluzionaria, si compromette con la realtà e insieme la doppia: ma, sempre, rifiuta la definizione teorica e tantomeno ideologica.

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Lettera di Claudio Verna a Marco Meneguzzo e risposta, catalogo “Grandi Formati” 1968–1993, Galleria Comunale d’arte moderna, Spoleto, 1994

Caro Marco,
la parola “antologica” allude inevitabilmente a bilanci o consuntivi e sembra escludere l’idea stessa del movimento: per questo non la amo, e preferisco pensare che la mostra che stiamo preparando sia piuttosto l’occasione per una verifica su cui impostare il lavoro di domani.

Ho scelto di esporre i grandi formati perché sono opere che, per l’impegno che richiedono, non solo mentale, ma direi perfino fisico, si pongono spesso come cardini del mio discorso sulla pittura, a cui guardo io stesso per trovare ragioni e motivazioni per andare avanti.

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Cerco una mia verità attraverso la pittura, “Trovaroma”, supplemento a “La Repubblica”, Roma, 11/4/1991

Io mi sono sempre considerato pittore perché convinto di potermi esprimere soltanto con il colore: ma senza la pretesa di privilegiare la pittura nei confronti di qualsiasi altro mezzo o disciplina. Anzi, spesso, la ricerca mi ha fatto sentire più vicini artisti che indagano altri spazi e altre possibilità: e questo perché credo che l’arte sia una scommessa, un progetto che ha a che fare con l’utopia, una proposta che non doppia la realtà ma casomai la interpreta fino a proporne un’altra.

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Appunti per una conversazione tenuta il 31/1/1985 all’Accademia di Belle Arti di Roma (Corso del Prof. Giuseppe Gatt), in “Fare pittura”, Edizioni Il Bagatto, Università di Roma “La Sapienza”, 1985

1. Io come pittore sono nato astrattista, nel senso che a 20 anni, dopo le prime prove figurative, dipingevo già quadri che avevano perduto completamente l’aggancio visivo con la realtà. Mi consideravo, ed ero considerato, un pittore d’avanguardia.
Ma cosa si intende oggi per avanguardia?
All’inizio del secolo, l’astrazione si configurò come un progetto al­ternativo rispetto ai codici tradizionali, ed eversivo rispetto al potere. La polemica che ne seguì fu quindi lo scontro tra .due mondi contrap­posti, in cui la forza della trasgressione e della novità era l’elemento chiave per capire la nuova arte.

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Appunti per una conversazione tenuta il 2/5/1984 all’Istituto di Storia dell’arte dell’Università “La Sapienza” Roma (Corso della Prof.ssa Simonetta Lux), in “Fare pittura”, Edizioni Il Bagatto, Università di Roma “La Sapienza”, 1985

Dipingo ormai da 30 anni, e la mia storia personale, i miei problemi di artista si intrecciano inevitabilmente con le vicende pubbliche dì questo periodo.
In particolare ci sono tre date, il 1960, il 1968 e il 1977, che secon­do me possono essere considerate, sia pure con grossa approssimazio­ne, veri e propri momenti di svolta, in cui violenti cambiamenti del gusto hanno coinciso con rivolgimenti sociali e politici, con il morire o l’affermarsi di nuove ideologie, e infine con tumultuosi ricambi genera­zionali.

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Catalogo Galleria La Polena, Genova, 1979

Ho sentito dire spesso che un pittore, in fondo, dipinge sempre lo stesso quadro. Non so se sia vero.

Per conto mio, posso dire che il lavoro più recente ha inaspettati punti di contatto con le tempere su carta che dipingevo nel 1959. È cambiata la struttura del quadro, l’immagine, la tecnica, soprattutto sono cambiato io, eppure sento questi due periodi contemporanei. Anzi, mi rendo conto sempre più che quadri lontanissimi nel tempo mi sono contemporanei allo stesso modo di altri recenti. Ma la diversità resta: e allora cosa li accomuna? Forse è vero che si dipinge sempre lo stesso quadro?

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“DATA” n.32, Milano, 1978

Prima di tutto il colore è una parola, una convenzione. Niente è più diverso di un rosa chiaro da un rosa appena meno chiaro, o un vermiglione su una tela preparata in un certo modo da un vermiglione su una tela preparata in un modo diverso. I colori rivelano il massimo della loro complessità e quindi dei possibili, infiniti significati quanto più vengono liberati dei loro attributi psicologici e letterari che vorrebbero renderci familiare e inoffensiva una parola in realtà sconosciuta.

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Catalogo I colori della pittura, a cura di Italo Mussa, Istituto Italo–Latino-amercano, Roma, 1976

1 – Penso che la pittura non abbia alcun bisogno di essere definita in modo «preciso», anche perché ciò significherebbe costringerla entro schemi rigidamente codificati. Al contrario, considero la pittura una disciplina che, in un rapporto dialettico con la tradizione e con la realtà, ha in sé la forza e la capacità di rinnovarsi continuamente.
Le definizioni riguardano semmai momentanee e molto spesso apparenti convergenze nella ricerca di alcuni artisti, ognuno dei quali, invece, va considerato nella specificità del suo lavoro e della sua elaborazione teorica.

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Pittura, “Chisel book”, Edizioni Masnada, Genova, 1976

LE CONTRADDIZIONI DI FONDO
Circa dieci anni fa, prevalse la tendenza a considerare la pittura come antiquariato. Ripetendo ancora una volta l’operazione che ha perpetuato fino ad oggi molti equivoci sulle avanguardie, alcune correnti artistiche furono avvalorate dalla critica e sostenute dal mercato non in quanto affrontavano o sviluppavano in modo nuovo le premesse e le contraddizioni di fondo dell’arte moderna, ma in quanto si ponevano, pregiudizialmente, come diverse da tutto ciò che le precedeva.

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Qualche appunto sulla lavorazione del quadro “Archipittura”, personale Galleria Bertesca, Genova, 1975

Innanzitutto ho dipinto la superficie della tela (“68” belga, preparata industrialmente) con 5 o 6 mani di colori ad olio che vanno dal giallo di cadmio medio al violetto rossastro. I passaggi sono stati dati a colore fresco, intrecciando la pennellata in modo da formare un reticolo in cui ogni colore in parte si fonde con gli altri, in parte rimane identificabile per se stesso. Il verso della pennellata è genericamente obliquo verso destra: cioè, dato che sono destrorso, corrisponde al movimento naturale del braccio quando deve segnare o coprire una superficie.

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Quale pittura?, “Flash Art” n.38, Milano, 1973

Il problema, ormai, è di sapere di quale pittura si parla.

Perché il rischio più grosso è di ritenerla una specie di ritorno all’or­dine o, nel migliore dei casi, una «lunga eco della tradizione». Ma così si torna al quadro come pezzo di bravura che, se mai è esistito, non ha più alcuna ragione di essere, o ai miti razionalistici e funzionali dell’avanguar­dia storica, morti quando finalmente ci si è accorti che l’arte non è la storia.

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«Mi piacerebbe che davanti ai miei quadri ci fosse sempre una sedia», catalogo personale Galleria Editalia, Roma, 1971

I quadri di questa mostra non hanno titolo.

Una lettera, seguita da un numero progressivo, li identifica per esi­genze pratiche. Voglio dire che vanno visti nel loro insieme, momenti di un unico discorso che non accetta più il quadro come un pezzo di bravura più o meno riuscito.

Non c’è titolo perché non c’è racconto, quindi manca l’immagine, l’immagine è il quadro stesso.

La qualità. In pittura viene riferita inevitabilmente all’abilità dell’ar­tista, alle sue doti. Mentre invece ogni forma di espressione può vivere so­lo come fatto mentale, come elaborazione di proposte, come creazione di linguaggio.

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Perché ancora la pittura?, catalogo della mostra, Caserta, 1970

Innanzitutto modificherei la domanda: perché «no» la pittura? Dire perché «ancora» la pittura vuoi dire mettersi sulla difensiva, trincerarsi dietro l’ultima possibile frontiera. È la posizione di molti pittori e critici che non negano la pittura tout court, ma le conferiscono indirettamente un valore di reazione, nel migliore dei casi conservativo. Ed è chiaro che, a lungo andare, questa posizione è indifendibile.

Personalmente, non ho ancora sentito argomentazioni capaci di condannare a morte la pittura. Ogni volta che la critica affronta questo tema, nega semmai la validità di una «certa» pittura, di «certi» artisti, di «certi» movimenti.

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